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Le mie storie, narrazioni di realtà che entrano ed escono dalla fantasia. Ma anche storie d’altri che mi sono piaciute. Succo e distillato di molteplici letture. Racconti, che possono evolvere in molte direzioni. Recensioni e critiche sono bene accette.

La realtà è probabile. In alcuni casi, molto probabile!

Stasera dopo una pizza.

Stasera dopo una pizza in centro con un’amica vado alla solita fermata d’autobus per tornare a casa. Alla fermata c’è una ragazza in carrozzina accompagnata da un’amica. Arriva l’autobus, ma non ha la pedana per i disabili. L’amica si rivolge all’autista che è volenteroso, ma impacciato. Secondo il regolamento, la ragazza dovrebbe aspettare il prossimo autobus. Vista la scena intervengono due ragazzi, neanche tanto robusti, che prendono ragazza e carrozzina e la tirano su. Subito dopo i ragazzi si informano su dove deve scendere la ragazza in carrozzina. “Al Pontelungo.” Dice l’amica. “Non c’è problema, ti scendiamo noi.” Dicono i ragazzi. L’autista torna al posto di guida e parte. Che bello! (penso io).

Ma in via Saffi salgono i controllori. In un attimo la situazione diventa di tensione e pericolo. Proprio lì davanti, dove è posizionata la carrozzina. Un tipo senza biglietto inizia a litigare con un controllore. Il corridoio è stretto e c’è gente disinteressata che vuole solo scendere e preme per farlo; l’aria condizionata non funziona, fa caldo. Seguono spintoni. Al tipo di prima se ne aggiunge un altro più “bellicoso” (probabilmente ubriaco). Una borsettata arriva in faccia alla ragazza in carrozzina. Una coppia si alza per proteggerla, ma è già intervenuta l’amica che la protegge con un abbraccio. La ragazza in carrozzina sembra spaventata, l’amica la tranquillizza con carezze. Arriva la polizia, i controllori fanno scendere i senza biglietto e la situazione torna alla normalità. Ma i due ragazzi che dovevano farla scendere al Pontelungo sono scomparsi (forse anche loro senza biglietto). Intanto passa l’autobus con pedana, ma è troppo tardi per prenderlo.

Le ragazze sembrano costernate ma tranquille. Io mi alzo e mi metto davanti alla porta, come a protezione. Sarò io ad aiutarle, ho deciso. Pontelungo è tre fermate dopo la mia, ma va bene, lo farò e chiederò aiuto se necessario. Ma non dico nulla. E non ce ne sarà bisogno. Perché alla fermata Pontelungo compaiono dal nulla i due ragazzi di prima. Stavano aspettando per mantenere l’impegno preso. La ragazza ringrazia tutti, anche me, che sereno mi avvio verso casa.

La vita è più complessa di quanto ci appare.

📄Taxi Uber Alles

Cavalleria Rusticana | Racconto di Antonio Bria

9 Aprile 2018

Elaborazione effettuata durante il Corso Bottega di Narrazione Finzioni, Area Letteratura (anno 2017) con la supervisione di Simona Vinci.

Il ritorno.

Suo padre aveva uno di quei negozi indefinibili, dove si trova di tutto e che sono connaturati ai piccoli paesini del sud come del nord. Ci potevi comprare dei chiodi, o due etti di mortadella col pistacchio, un cacciavite o due pacchi di pasta. Ma con l’apertura sempre più diffusa di centri commerciali – dove appunto si trovava di tutto e di più – questi negozi, queste botteghe erano destinate a chiudere. Era il caso della famiglia Macca; il padre oltretutto non reggeva alla vergogna dei debiti ed era morto di crepacuore. Debiti tanto quanto Salvo aveva messo da parte nelle missioni all’estero con l’Esercito Italiano. Era stato ovunque lo mandasse il Battaglione Tuscania: Kossovo, Iraq, Afghanistan. Salvo era un bravo soldato, un caporal maggiore tutto d’un pezzo, un guerriero dei tempi moderni. Bravo nell’utilizzo di tutto l’equipaggiamento tranne la testa, “una testa calda”. E proprio alcune sue “alzate di testa”, avevano fatto incacchiare il Colonnello Caponi. Era la seconda volta che lo convocava, e subito gli aveva detto che non ci sarebbe stata una terza. Almeno in due occasioni aveva messo a rischio la vita sua e quella del suo plotone. In quest’ultima era sceso dal lynce durante un’operazione di perlustrazione, nonostante il divieto del Sergente, e aveva strattonato un ragazzino colpevole di aver sputato per terra al loro passaggio, causando la sollevazione dell’intero villaggio. Ci volle tutta la determinazione e la bravura del Sergente per risolvere la situazione di tensione, che tuttavia non poté non fare rapporto al Colonnello. Quindi il Colonnello fu chiaro: “Macca si congedi, o la congediamo noi … con disonore!”

Ufficialmente, quindi si era congedato per tornare a casa e affrontare la situazione dei debiti di famiglia e badare alla madre. Salvo doveva anche capire che ne era stato della promessa di matrimonio con Lola, la sua fidanzata. Al suo arrivo, si era precipitato dalla madre in cerca di reciproco conforto ed era toccato alla signora Lucia, dopo un lungo abbraccio e qualche lacrima soffocata, informare il figlio che c’erano ancora debiti da onorare e che la buonanima del padre negli ultimi tempi era diventato inguardabile, depresso e apatico. Non usciva più di casa, si vergognava. Poi ripresasi dalle lacrime lo aveva informato che la sua Lola non gli voleva abbastanza bene da aspettarlo. Tant’è che aveva sposato un altro, uno che stava bene, aveva un lavoro, faceva l’autista con una grande macchina tedesca bianca, e si chiamava Alfio. Salvo sulle prime era incredulo, ma poi aveva dovuto fare i conti con la realtà: Lola aveva sposato un altro. Del resto in giro si diceva che lui non si faceva sentire per mesi, e poi quando Lola aveva saputo delle disgrazie della famiglia Macca, amore o non amore, si vede che aveva cambiato idea e questo Alfio, che era anche un bel ragazzo, aveva un lavoro e disponibilità economica, e Salvo doveva affrontare i problemi della famiglia.

Sabato pomeriggio.

▪️Ehi, ciao Salvo, non ti avevo visto, come stai, tutto a posto?
▪️E che, invisibile diventai? Tutto a posto e nenti in ordine. E tu come vanno le cose, ti vedo bene. Bel vestito, ti sta bene. E la collana? Accattasti scarpi nove?
▪️Si, le ho viste l’altro giorno, mi piacevano tanto, e oggi sono passata a prenderle. Sai, Alfio mio marito, guadagna bene. Mi ha dato pure la carta di credito. Così mi accatto quello che voglio e lui è contento picchì ci piaci farmi regali.
▪️E io non potevo farteli i regali? Se mi aspettavi!
▪️Salvo, ascolta … mi fa piaciri rivederti ma non accumminzari cu sta discussione, è cosa chiusa, ormai … tu scumparisti … insomma basta … sugnu sposata!
▪️E questo che mi veni a significare, non putimo vederci e fare, comme si dice, conversazione?
▪️Proprio accussì, salutarci, bongiorno e bonasera, quattro chiacchiere, non fare alzate di testa, e poi pure tu ti mpignasti no? Ho saputo che stai con Santuzza, e che pure voi vi sposate.
▪️Eh, ma Santuzza non è come la mia Lola!
▪️Salvo, finiscilla. La tua  Lola jè spusata cu Alfio, punto.
▪️Vabbene, ma nu’ cafè potresti offrirmelo, comme a vecchi amici.

Lola, avrebbe voluto opporre un diniego, poi ci aveva ripensato, perché no? Si era detta, e aveva ceduto alle insistenze di Salvo: E vabbene, passa stasera a casa, Alfio è di turno, e un cafè ce lo possiamo anche permettere … comme a vecchi amici!

Al Bar Sport, Salvo era alla quarta birra con un gruppo di amici ed il “giro” sembrava solo all’inizio. Era entrato Alfio che aveva chiesto un’acqua tonica con limone. Alfio era – come si dice – pieno di sé, altezzoso, orgoglioso del suo lavoro. Lo si poteva sentire canticchiare Oh che bel mestiere fare il carrettiere! Alfio, che si vantava di essere preciso, in tutto: rispettava gli orari, guidava controllando i giri del motore, eseguendo tutti i comandi alla precisione, rispettando tutti i segnali stradali, i semafori, le strisce pedonali. Tra i due era esploso un primo sguardo. Lo sguardo di Salvo era di sfida, quello di Alfio di commiserazione. A Salvo gli era salito il nirbuso.

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📄L’Isola del Vurdalak

(riscritto sulla base del precedente: IL BRUCOLACCO)

Rielaborazione effettuata durante il Corso Bottega di Narrazione Finzioni, Area Letteratura (anno 2017), con la supervisione di Loredana Lipperini.

Chi procede, con qualsiasi mezzo, verso Sud lungo la costa jonica, lasciata la Lucania incontra i primi paesi della Calabria arroccati sulle colline che digradano verso il mare. Allo stesso modo chi procede verso Nord, lasciata la piana di Sibari, incontrerà sulla destra a poche centinaia di metri dalla riva del mare un isolotto, staccato dalla costa, ma raggiungibile anche a nuoto con un minimo sforzo. L’isola è piccola, ma abbastanza grande da contenere dei campi ed una collina al sommo della quale resiste un antico maniero diroccato: una torre e delle mura sgretolate in più punti. I campi sono punteggiati da alberi di frutta, peri per lo più, inselvatichiti. L’isola non è più abitata da essere umano da secoli.

Era da molto tempo che volevo vedere quelle tombe. Tutti ne parlavano. Pochi le avevano viste. Io mai. Eppure sull’isola avevo passato giornate intere, durante la mia infanzia. Con Asdrubale, a catturare cardellini. Usavamo una tecnica sperimentata e consolidata: si faceva sciogliere in un barattolo di latta dei pezzi di gomma tagliati a strisce da una vecchia camera d’aria di bicicletta. La sostanza collosa che ne derivava, veniva poi messa sui germogli di un pero isolato, nei campi che circondano il vecchio castello. Sotto il pero, in una gabbiettina veniva messo un cardellino che fungeva da richiamo. I poveri cardellini accorrevano sul pero attirati dal richiamo e vi rimanevano intrappolati (non molti in verità, per loro fortuna e nostro disappunto). Era Asdrubale che faceva tutto. Io ero una specie di assistente. Lo aiutavo nella speranza che me ne regalasse qualcuno. Lui ne aveva tanti, tutti catturati con la stessa tecnica. Non appena un povero uccellino restava intrappolato, e penzolava a testa in giù dal germoglio, Asdrubale scattava come una saetta, e in un attimo era sul pero. Agguantava il malcapitato e lo riponeva nella grande gabbia che fungeva da cellulare. Non prima di averlo analizzato in dettaglio e avermi dato segni inconfutabili della sua competenza in campo di cardellini: “E’ un maschio di 1 anno” diceva, oppure “E’ una femmina, ma per la cova non se ne fa niente!”. A me non restava che ammirare cotale esibizione di scienza e condividere la paura di essere sorpresi dai carabinieri. La tecnica che usavamo è infatti vietata dalla legge. Ma, Asdrubale era certo di poter asserire che alcuni carabinieri usassero addirittura le reti per catturare uccelli, quindi si poteva stare tranquilli: “Se lo facevano, loro …!” Diceva. Giorni e giorni passati con Asdrubale, mi fruttarono due cardellini, che lasciai liberi dopo un paio di giorni. Mi facevano troppa pena, lì chiusi in gabbia.

Mi misi a cercarle con metodo. Girai in tondo per cerchi concentrici, tutto il campo che mi era stato indicato. Niente, non riuscivo a trovarle. Stavo per andare via. Avevo deciso che era meglio farmi accompagnare. Da solo non le avrei mai trovate. Ero ormai stanchissimo. Mi sedetti a riposare un po’. La cintura della reflex mi segava il collo. Mentre osservavo il tramonto, bellissimo da quella postazione, sentii un sussulto. ‘E che è il terremoto?’ pensai, ‘Forse ho le traveggole, sono troppo stanco’. Ne avvertii un altro. Mi alzai. Stava succedendo qualcosa. La pietra sulla quale ero seduto si era mossa. Mi chinai ad osservarla. C’era ormai poca luce. Ma gli ultimi raggi di sole, nella penombra, nel chiaroscuro facevano vedere chiaramente un’iscrizione. Non trovavo la tomba. Ci ero seduto sopra. Trascrissi quei simboli che conoscevo benissimo: erano delle rune. Come facesse a trovarsi una tomba con iscrizione runica da quelle parti Dio solo lo sa. Ma proprio per questo la cosa iniziava ad entusiasmarmi, non pensavo più ai sussulti che avevo sentito. Già pensavo a come avrei presentato la scoperta all’Università. Le rune le trascrissi, ma il senso delle parole non riuscivo ancora a decifrarlo: “EKHAGUSTALDAR WULFILASUNAU(S) (XXX)SLEPA(X)”

Una mano ossuta e freddissima mi si posò sulle spalle. Una sensazione gelida mi attraversò tutta la spina dorsale. Impietrito mi girai piano. Una figura spettrale mi si presentò davanti. Un viso bianco, tutto avvolto in un manto nero. Stavo per svenire. Ma mi sorrise. Iniziò a parlarmi. Parlava in una lingua stranissima, antica: “Wulfila fadur gebe mik …” cominciò. Subito dopo iniziai a comprenderlo senza conoscere il suo linguaggio. Chissà per quale strano fenomeno. Si sedette sulla pietra con fare stanco, e mentre le ginocchia si piegavano intravidi una forte muscolatura nelle gambe e nelle braccia. Le mani doveveano aver impugnato pesanti armi di un’altra epoca: spade, picche e mazze. Buone per spaccare ossa e squartare corpi. Tremavo visivamente dalla paura, ma il suo modo di approcciarmi, di una gentilezza antica riuscì a tranquillizzarmi. Mi raccontò la sua storia. Una storia triste. Una storia d’amore. Lui guerriero navigatore era approdato all’isola molti anni fa, in cerca di ristoro. Una piccola comunità di pescatori e contadini lo accolse. Conobbe una donna e se ne innamorò. Anche lei lo amava, si incontravano di nascosto, e passavano tutto il tempo a raccontarsi delle storie, storie antiche dei loro popoli. Una volta durante un loro incontro segreto, in cui lui le cantava le antiche melodie della sua terra, vennero scoperti dal marito di lei, che senza sentire ragioni lo ammazzò scagliandogli in testa una grossa pietra. Da allora lui è confinato nell’isola e nelle notti come questa vaga per i campi ululando le sue nenie.

Aveva viaggiato a lungo, lasciando la sua terra a Nord, aveva percorso con la sua cavalcatura tutto il mondo conosciuto, portando aiuto e protezione a chiunque ne avesse bisogno. Con il solo modo che conosceva: l’uso delle armi. La sua spada aveva portato giustizia, ma anche sofferenze e dolore ed infine si era trasformata in mero strumento di morte. Molti, troppi, uomini avevano perso la vita per suo tramite. Molto, troppo, sangue era stato versato. Mentre era sulla via del ritorno, volle fermarsi a riposare sull’isola, che aveva intravisto dalla costa e dalla quale si sentiva attratto. Ma ciò che appariva albergo e ristoro si trasformò in prigione e sofferenza. Una sola cosa gli restava da fare: raccontare la sua storia ad un uomo che non avesse avuto paura nel guardarlo negli occhi. Poi sarebbe scomparso per sempre. Era il mio caso. I suoi occhi, piuttosto mi muovevano a compassione, dalla grande sofferenza che ne traspariva. Un dolore impossibile da contenere scolava dai suoi occhi che per un riflesso mi apparvero azzurri come il mare che ci circondava.

D’un tratto scomparve dalla mia vista, in un sommesso battito d’ali. Mi girai attorno. Non c’era più neanche la pietra. Forse avevo sognato. Troppo stanco. “Io quelle tombe non le troverò mai!” mi dissi, e tornai a casa. Il giorno dopo svuotando le tasche della giacca trovai un biglietto. C’era scritto: “EKHAGUSTALDAR WULFILASUNAU(S) (XXX)SLEPA(X)”

“Io Agustaldar figlio di Wulfila (qui) dormo”.